T. Montanari, "Il sonno delle regioni genera mostre"
Il sonno delle regioni genera mostre: un
Tomaso Montanari
Il Fatto Quotidiano, 17-11-2011
In cima al Campidoglio sfolgora la mostra su Leonardo e Michelangelo. Capolavori della grafica e studi romani. Scesi in Piazza Venezia, si può, da qualche ora, visitare quella su Roma al tempo di Caravaggio, e poi, imboccato il Corso, ecco il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello. Quindi si può risalire verso il Quirinale, per vedere, alle Scuderie, Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ’400. Un turista straniero potrebbe dedurre che la storia dell’arte italiana attraversi una stagione straordinariamente feconda, che il patrimonio storico artistico nazionale sia in splendida forma, che il discorso pubblico del Paese metta al centro le arti figurative. E, invece, tutto il contrario: la storia dell’arte è una disciplina sempre più autoreferenziale e incapace di incidere sul mondo reale; il patrimonio cade a pezzi; il Ministero per i Beni culturali è così residuale che perfino un governo tecnico di alto profilo riesce a smistarci l’unico ministro che non è un tecnico delle materie di cui si occuperà.
Come si spiega, dunque, l’incredibile fioritura di mostre che da anni ricopre, o per meglio dire infesta, il nostro Paese? Si spiega con una verità tanto semplice, quanto elusa: oggi il novanta per cento delle mostre d’arte figurativa non è un’impresa intellettuale, ma è solo un’impresa commerciale, il prodotto di una fiorentissima fabbrica degli eventi, che non ha lo scopo di educare, ma quello di far soldi. Questa variopinta fabbrica è foraggiata da amministratori locali («il sonno delle regioni genera mostre»), da politici nazionali, da soprintendenti infedeli, da aziende in cerca di visibilità, nonché dalla necessità di alimentare a ciclo continuo un complesso circuito economico-clientelare incentrato sulla pletora di cooperative, sedicenti associazioni culturali, e concessionarie di servizi che ormai orbita intorno ai principali musei.
Prendiamo la mostra su Leonardo e Michelangelo, che è prodotta da MetaMorfosi: un’associazione culturale nata dalla metamorfosi del politico comunista Pietro Folena in produttore di mostre. In un suo intervento sull’«Unità», Folena ha spiegato che egli intende difendere e promuovere il patrimonio artistico, reperendo fondi per mantenerlo. Ma sul sito dell’associazione si può leggere che «Metamorfosi gestisce in esclusiva i diritti di riproduzione e di esposizione temporanea delle opere d’arte di proprietà dalla Fondazione Casa Buonarroti al di fuori del Museo di via Ghibellina a Firenze. Migliaia di disegni, scritti e manufatti dell’Artista che, nell’insieme, costituiscono circa l’80% delle opere michelangiolesche nel mondo». Se Folena volesse davvero affiancare lo Stato nella sfida di tutelare e far conoscere il patrimonio, non dovrebbe perseguire l’obiettivo (grottescamente predatorio) di avere l’esclusiva sull’80% di Michelangelo, ma dovrebbe semmai occuparsi delle opere ‘minori’ e diffuse sul territorio, inappetibili all’industria blockbuster dell’intrattenimento storico-artistico.
Ma il mainstream nazional-commerciale prevede mostre di modestissimo valore culturale dedicate solo ai nomi di grande richiamo. Prendiamo il cartellone milanese: a Palazzo Reale c’è l’ammiccante mostra su Artemisia, che si apre con un letto sfatto che si tinge di rosso per alludere allo stupro della pittrice, mentre una voce declama gli atti del processo e dal soffitto pendono le riproduzioni delle lettere sentimentali della poveretta (in questo caso la mostra è prodotta dalla 24OreCultura, una delle più grosse aziende del settore). A Palazzo Marino, invece, arriverà tra dieci giorni, puntuale come l’influenza, la mostra dell’Eni, che consiste tradizionalmente nell’esibizione di qualche ‘capolavoro assoluto’ del Louvre semplicemente trasportato a Milano ed esposto senza un’oncia di valore aggiunto intellettuale. E se ci si volge ad oriente, si sprofonda nel meraviglioso mondo di Marco Goldin, produttore seriale di format espositivi premasticati (il cui vertice indimenticabile è Gli impressionisti e la neve, realizzato in occasione dei Giochi olimpici invernali) che da anni drenano milioni dalle banche padane e venete.
Nella maggior parte di queste mostre, il visitatore si trova a passeggiare di fronte a pareti foderate di ‘capolavori’ disposti a caso, ascoltando una guida (o peggio una voce registrata) che martella il cervello con un rosario di banalità. E questo non è un percorso educativo, ma una forma di intrattenimento e, in ultima analisi, di alienazione intellettuale. Non è come leggere un libro, ma come guardare la televisione.
Per rendere vero il luogo comune consolatorio per cui ‘le mostre avvicinano al patrimonio artistico e alla cultura il grande pubblico’, esse dovrebbero, al contrario, stimolare il senso critico ed il pensiero, non l’evasione e la distrazione. Una mostra potrebbe definirsi educativa se il pubblico uscisse dall’ultima sala persuaso a recarsi in un museo, in una chiesa o in una libreria per colmare alcune delle lacune intellettuali o culturali emerse durante la visita.
E invece accade tutto il contrario. Pochi giorni fa, uno storico dell’arte che si trovava di passaggio a Rovigo ha provato a visitare la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi (che conserva opere importanti, tra gli altri, di Giovanni Bellini, Dosso Dossi, Tiepolo). La risposta è stata che era impossibile, perché, da quando è gestito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, il museo apre solo quando ospita una mostra. In questo episodio c’è tutto il senso del rapporto tra le mostre, il patrimonio storico-artistico e la vita culturale del paese: un rapporto desertificante, parassitario, cannibalesco.
Il parallelo più calzante è quello con il cinema: chi si sognerebbe di considerarlo tutto ‘cultura’, non distinguendo Kubrick o Almodóvar dal cinepanettone annuale, dai porno, o più banalmente dall’enorme produzione di cassetta? La stessa cosa vale per le mostre: ed è ora di cominciare a vaccinare il pubblico con robuste dosi di anticorpi critici.